108 colpi per uccidere l’avvocato dei diritti umani di Diyarbakir

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Turchia. Pubblicato il report della polizia sull’omicidio di Tahir Elci

L’avvocato Tahir Elci che da anni si batteva per il rispetto dei diritti umani  nel Kurdistan ed in Turchia, era stato ucciso il 28 novembre 2015 a Sur, la parte più antica di Diyarbakir, vicino ad una moschea storica che voleva difendere dai gravi danni provocati dagli scontri tra organizzazioni armate curde e forze di sicurezza turche. Di origine curda e molto noto in tutta la Turchia per le sue lotte in difesa dei diritti umani Elci è stato ucciso davanti a molte telecamere e macchine fotografiche. Le immagini che mostrano la sua morte hanno fatto il giro del mondo.

Nelle immagini si vede Elci partecipare ad una conferenza stampa , improvvisamente inizia una sparatoria, 2 presunti terroristi del Pkk corrono verso il luogo dove Elci cerca di ripararsi dai colpi, alla fine Elci è a terra morto, colpito da uno dei 108 colpi sparati da 28 differenti armi nell’arco di una manciata di minuti.

Da un punto di vista puramente statistico colpisce il fatto che, nel corso di una sparatoria così intensa, l’unico a restare a terra morto sia stato proprio Tahir Elci, colui che era evidentemente il principale obiettivo della sparatoria.

Metin Feyzioğlu (‏@metinfeyzioglu / Twitter)

Questa è anche l’opinione di Metin Feyzioglu presidente dell’associazione turca degli avvocati in cui Elci rappresentava gli avvocati di Diyarbakir. Secondo Feyzioglu l’omicidio di Elci e’ stato portato a segno per spingere il Kurdistan turco in uno stato di guerra civile ad alta intensità ed ha aggiunto che “chiunque afferma che Elci sia stato ucciso da una pallottola vagante deve produrre una prova inoppugnabile. Elci è stato massacrato senza pietà per le cose che diceva”. Il presidente dell’associazione degli avvocati turchi non esclude che l’omicidio sia stato portato a termine da “un agente appartenente a servizi segreti stranieri o un’organizzazione terroristica controllata dall’estero”.  Io stesso ho potuto verificare di persona, cercando di raggiungere a piedi il luogo dell’attentato, che nella zona, difficilmente raggiungibile dalle forze di polizia regolari, operano cecchini, milizie armate e organizzazioni terroristiche di varia provenienza. Secondo alcune persone da me intervistate vi sono strade e quartieri dove operano anche milizie armate riconducibili all’ISIS.

A Amed, sotto le mura della Fortezza Nera ho intervistato Harun Ercan, responsabile delle relazioni internazionali del municipio di Diyarbakir, ecco la sua versione dei fatti.

In conclusione il rapporto della polizia lascia aperti quasi tutti gli interrogativi e conferma solo il sospetto che i responsabili dell’omicidio non saranno mai individuati.

Secondo il report rilasciato in questi giorni anche l’operazione di polizia che ha provocato la prima sparatoria, avvenuta contemporaneamente alla conferenza stampa di Elci, sarebbe stata condotta senza la dovuta preparazione e senza tenere conto della pericolosità degli uomini fermati, infatti è costata la vita a due agenti di polizia. Il report puntualizza anche che, dopo aver sparato la prima volta, i due terroristi del PKK, ripresi  in un video mentre corrono nel luogo dell’attentato, avrebbero potuto essere fermati prima di arrivare vicino a Elci. Infine, nonostante le molte telecamere presenti sula scena del  crimine, nessuno ha potuto mostrare il momento in cui Elci è stato colpito.

Insomma in mancanza di prove certe resta solo la sensazione che, come avvenuto in altri casi (l’omicidio del presidente Kennedy  resta l’esempio più eclatante), chi voleva uccidere Elci ha raggiunto il proprio obbiettivo e i colpevoli non saranno mai individuati con certezza.

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